Nemiso Cammina

il

Nemiso camminava solitario per la città con le mani in tasca ed un pensiero fastidioso nella testa.
   Il gestore del circo ambulante, al quale aveva affittato il suo cervello, aveva appena deciso di sparare fuori dal tendone la sua serenità, insieme alla donna cannone, per far posto all’esibizione delle scimmie urlatrici.
   Ogni tanto i suoi occhi si sollevavano da terra con la presunzione di poter trovare qualcosa di diverso dalla polvere che ostinatamente continuavano a guardare, ma ovviamente non riuscendo a trovare nulla di diverso dal pulviscolo umido tornavano a guardare la sporcizia che affollava le fessure delle pietre comunali.
   Questa volta però non trovò sigarette spente ma un bagliore accecante che lo costrinse a stropicciarsi gli occhi con le palpebre per essere sicuro che non fossero rimasti incastrati frammenti di madreperla.
   La luna era alta nel cielo e gli occhi di Nemiso erano illuminati da una luce che non avrebbero più rivisto.
   La chiarezza e l’innocenza che stava osservando spaventavano le sue debolezze e quei capelli color della luna massacravano le sue certezze.
Le gambe gli tremavano energicamente, coscienti di non avere più la possibilità di poter rivedere nulla di così incantevole e l’esistenza uggiosa che avrebbe vissuto, alla quale era condannato per il resto dei suoi anni, bagnava i suoi occhi di tedio e tristezza.
   Nemiso non riusciva a capire se gli occhi che stava guardando erano color del mare o del cristallo e non sapeva se era vestita di fragole o semplicemente di pelle.
   Non riusciva a sentire il fischio del treno che stava passando orgogliosamente alle sue spalle e non sapeva nemmeno se la sua pelle profumava di seta o di stelle.
   Non si rendeva conto che in quel momento stava rincorrendo il cielo per abbracciare una nuvola e non aveva idea che questo carosello di emozioni era solo un fottutissimo tiro a segno di aquiloni.
   Non faceva nemmeno caso a quel brivido caldo che gli bruciava il sangue e non vedeva che lei era talmente piccola e fragile da poter stare su una mano.
   Non riusciva ad accorgersi della ruvida pioggia di novembre che gli stava lentamente graffiando le guance e non si domandava perché in quel momento non aveva nemmeno più paura del buio.

   Ma che la stava amando, questo si, lo sapeva bene.

Sapeva anche che sarebbe bastata una sola parola per avere la possibilità di guardarla negli occhi anche solo per un momento.
   Un attimo che sarebbe durato in eterno dentro al suo respiro.
Ma la stessa frase che avrebbe procurato a lui così tanto piacere avrebbe sporcato inevitabilmente e indelebilmente la sua purezza, quindi decise di rovinare il resto dei suoi giorni piuttosto che uccidere tutto il suo candore.

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